A cosa serve davvero la musica?
Quando la tecnica diventa espressione e il gesto si trasforma in emozione
Quando si studia musica, è naturale dedicare molto tempo alla tecnica.
Si studiano scale, arpeggi, accordi, diteggiature, articolazioni, esercizi di coordinazione e passaggi difficili. Si utilizza il metronomo, si controlla il ritmo, si cerca la precisione e si ripete una frase musicale finché le dita non riescono a eseguirla con sicurezza.
Tutto questo è necessario.
Ma, durante lo studio, può accadere qualcosa di strano: concentrandoci troppo sui mezzi, rischiamo di dimenticare il fine.
Per questo motivo penso che ogni musicista, ogni studente e ogni insegnante dovrebbe fermarsi, almeno ogni tanto, e porsi una domanda molto semplice:
A cosa serve la musica?
La risposta può sembrare scontata, ma forse non lo è.
La musica non serve soltanto a eseguire correttamente una successione di note. Non serve esclusivamente a dimostrare abilità, velocità, precisione o conoscenza tecnica.
La musica serve soprattutto a esprimere e comunicare qualcosa che spesso le parole non riescono a raccontare completamente.
Serve a dare forma a un sentimento, a creare un’atmosfera, a evocare un ricordo, a trasmettere energia, malinconia, tensione, serenità, gioia o dolore.
La musica nasce dal suono, ma diventa realmente significativa quando quel suono riesce a raggiungere qualcuno.
La tecnica è indispensabile, ma non è il traguardo
Nel mio modo di intendere l’insegnamento musicale, la tecnica non deve mai essere considerata fine a sé stessa.
Essa rappresenta uno strumento necessario per permettere al musicista di realizzare la propria idea espressiva.
Un gesto tecnico ben organizzato consente di produrre un suono più controllato, di rispettare il ritmo, di eseguire un passaggio difficile e di affrontare il repertorio con maggiore sicurezza. Tuttavia, se quel gesto rimane soltanto un movimento meccanico, il lavoro non può dirsi ancora completo.
Il vero obiettivo è trasformare il gesto tecnico in un gesto espressivo.
Una scala, per esempio, può essere eseguita in modo preciso e uniforme. Ma può anche essere suonata con una direzione, con un crescendo, con una diversa articolazione, con un cambiamento timbrico o con una particolare intenzione.
Le note sono le stesse, ma il significato musicale cambia.
La tecnica ci permette di suonare.
L’espressione ci permette di comunicare.
Due dimensioni della tecnica musicale
Durante lo studio dello strumento ritengo utile distinguere due dimensioni della tecnica, differenti ma complementari.
La prima può essere definita tecnica del movimento, o tecnica “atletica”. Comprende tutto ciò che riguarda:
- la coordinazione;
- l’agilità;
- la precisione;
- la resistenza;
- la velocità;
- la forza controllata;
- l’organizzazione dei movimenti;
- le legature;
- il barrè;
- la preparazione alla monodia e alla polifonia.
È una dimensione fondamentale, perché permette al corpo di organizzarsi e di rispondere alle esigenze dello strumento.
Accanto a questa esiste però una seconda dimensione, che possiamo chiamare tecnica espressiva.
Essa comprende:
- le dinamiche;
- il fraseggio;
- il crescendo e il diminuendo;
- il forte e il piano;
- lo staccato;
- la nota tenuta;
- il vibrato;
- il glissato;
- la legatura espressiva;
- la ricerca timbrica;
- l’uso delle diverse zone dello strumento;
- la qualità e la durata del suono.
Questi elementi non rappresentano semplicemente degli “abbellimenti” da aggiungere dopo aver imparato le note.
Sono parte integrante del significato musicale.
Imparare un brano, quindi, non significa soltanto sapere quali note suonare e dove mettere le dita. Significa comprendere come quelle note devono vivere, respirare, muoversi e comunicare.
Suonare correttamente non è ancora interpretare
Un’esecuzione può essere formalmente corretta e, nello stesso tempo, risultare poco comunicativa.
Le note possono essere giuste, il ritmo preciso e la diteggiatura perfettamente organizzata, ma chi ascolta potrebbe non ricevere alcuna emozione particolare.
Questo accade quando l’esecutore rimane concentrato esclusivamente sul controllo tecnico e non attribuisce una direzione espressiva alla frase musicale.
Interpretare significa compiere delle scelte.
Significa decidere dove conduce una frase, quale nota rappresenta un punto di arrivo, dove creare tensione, dove rilassare, quale suono utilizzare e come organizzare il silenzio.
Persino due note possono essere suonate in modi profondamente diversi.
La seconda può essere più intensa della prima, più leggera, più lunga, più vicina o più lontana. Tra le due può esserci una relazione di domanda e risposta, di tensione e risoluzione, di slancio o di abbandono.
Non è la quantità delle note a produrre un’emozione, ma il modo in cui esse vengono pensate, ascoltate e messe in relazione.
Il rischio di “smarrire la retta via”
A volte noi musicisti possiamo, ironicamente, “smarrire la retta via”.
Succede quando lo studio diventa una continua ricerca della velocità.
Succede quando valutiamo un’esecuzione soltanto in base al numero di errori.
Succede quando siamo più preoccupati di impressionare chi ascolta che di comunicargli qualcosa.
Succede quando un passaggio difficile diventa più importante del significato complessivo del brano.
Succede anche quando il metronomo, invece di essere un prezioso compagno di studio, diventa una specie di giudice incaricato esclusivamente di misurare quanto velocemente riusciamo a muovere le dita.
La tecnica può affascinare. Il virtuosismo può sorprendere. La precisione può suscitare ammirazione.
Ma se manca un’intenzione espressiva, tutto questo rischia di rimanere soltanto un’esibizione di abilità.
Il virtuosismo più autentico non consiste nel suonare molte note, ma nell’avere un controllo tale dello strumento da poter esprimere esattamente ciò che si desidera.
Studiare significa anche imparare ad ascoltarsi
Per sviluppare l’espressione musicale non basta muovere correttamente le dita. È necessario imparare ad ascoltare veramente ciò che si produce.
Durante lo studio, infatti, il musicista è contemporaneamente esecutore e ascoltatore.
Deve compiere il gesto, ma anche valutarne il risultato sonoro.
Può essere utile fermarsi dopo una frase e domandarsi:
Il suono che ho prodotto corrisponde a ciò che volevo esprimere?
Questa domanda cambia profondamente il modo di studiare.
L’attenzione non è più rivolta soltanto all’errore tecnico, ma anche alla qualità del messaggio musicale.
Può essere utile registrarsi e riascoltarsi, perché durante l’esecuzione una parte della nostra attenzione è inevitabilmente impegnata nel controllo dei movimenti. Il riascolto permette invece di assumere una maggiore distanza e di percepire aspetti che, mentre suoniamo, possono sfuggirci.
Ascoltandoci possiamo verificare:
- se la frase ha una direzione;
- se le dinamiche sono realmente percepibili;
- se il suono è coerente con il carattere del brano;
- se le pause hanno il giusto peso;
- se l’esecuzione respira;
- se stiamo comunicando qualcosa oppure stiamo soltanto riproducendo delle note.
Non esiste espressione senza controllo
Affermare che la musica debba comunicare emozioni non significa svalutare lo studio tecnico.
Al contrario, una buona espressione richiede un controllo molto profondo.
Per realizzare un crescendo bisogna saper controllare gradualmente l’intensità. Per modificare il timbro bisogna conoscere il rapporto tra il punto in cui si produce il suono e la sua qualità. Per eseguire una frase legata bisogna coordinare perfettamente i movimenti. Per suonare piano senza perdere consistenza sonora occorre una tecnica raffinata.
L’emozione, nella musica, non coincide con l’improvvisazione casuale o con il semplice “sentire qualcosa”.
Deve essere trasformata in una scelta sonora precisa.
Per questo la tecnica è importante: ci offre gli strumenti necessari per rendere udibile la nostra intenzione.
Più il musicista possiede controllo, più può essere libero.
La vera libertà espressiva non nasce dall’assenza di regole, ma dalla capacità di utilizzare consapevolmente le proprie competenze tecniche.
Che cosa voglio dire attraverso questo brano?
Quando uno studente affronta un nuovo brano, oltre alle consuete domande tecniche, dovrebbe imparare a porsene anche altre:
- Qual è il carattere di questa musica?
- Quale atmosfera vuole creare?
- Dove conduce la frase?
- Quali sono i momenti di tensione?
- Dove la musica si rilassa?
- Quale suono è più adatto?
- Quale sentimento percepisco?
- Che cosa vorrei far arrivare a chi ascolta?
Non esiste sempre un’unica risposta corretta.
L’interpretazione musicale nasce anche dalla sensibilità personale, dall’esperienza e dal modo in cui ciascun musicista entra in relazione con il brano.
Il compito dell’insegnante non dovrebbe essere quello di imporre ogni scelta espressiva, ma di aiutare lo studente a diventare consapevole delle possibilità.
L’allievo deve essere guidato ad ascoltare, confrontare, scegliere e motivare le proprie decisioni.
In questo modo non si limita a ripetere un modello, ma inizia gradualmente a costruire una propria identità musicale.
L’espressione deve essere presente fin dall’inizio
Un errore abbastanza comune consiste nel dividere lo studio di un brano in due fasi completamente separate:
- prima si imparano le note;
- successivamente si aggiunge l’espressione.
Questo procedimento può essere utile in alcuni momenti, ma rischia di trasmettere l’idea che l’espressione sia un elemento decorativo da applicare soltanto alla fine.
In realtà, l’intenzione musicale dovrebbe accompagnare lo studio fin dalle prime fasi.
Anche quando si lavora lentamente, su poche battute o su un singolo gesto, è possibile curare:
- la qualità del suono;
- la direzione della frase;
- la durata delle note;
- il rilassamento;
- il rapporto tra tensione e distensione;
- la respirazione musicale;
- l’ascolto.
Studiare lentamente non significa suonare senza espressione.
Al contrario, la lentezza offre spesso la possibilità di ascoltare meglio e di costruire con maggiore consapevolezza ogni dettaglio musicale.
L’insegnante come guida verso il significato
Insegnare uno strumento non significa soltanto correggere posizioni, movimenti, ritmo e diteggiature.
Significa anche aiutare l’allievo a scoprire perché sta producendo quei suoni.
Uno studente può eseguire un brano perché gli è stato assegnato, perché deve affrontare un esame o perché deve partecipare a un concerto. Ma dovrebbe gradualmente comprendere che dietro l’esecuzione esiste una responsabilità più profonda: dare un senso alla musica che sta interpretando.
L’insegnante può favorire questo processo attraverso domande, esempi, immagini, racconti e confronti tra diverse possibilità esecutive.
Può chiedere allo studente di suonare la stessa frase con caratteri differenti: serena, energica, malinconica, leggera, drammatica.
L’obiettivo non è trasformare la musica in una semplice associazione di etichette emotive, ma far comprendere concretamente che ogni scelta tecnica modifica il significato percepito.
In questo modo lo studente scopre che la dinamica, il timbro, l’articolazione e il fraseggio non sono concetti astratti presenti sul libro, ma strumenti reali di comunicazione.
La musica come incontro
La musica non esiste soltanto nel rapporto tra il musicista e il proprio strumento.
Esiste anche nell’incontro con chi ascolta.
Quando suoniamo, costruiamo una relazione. Offriamo una parte della nostra sensibilità e chiediamo all’ascoltatore di entrare, anche solo per pochi minuti, nel mondo sonoro che stiamo creando.
Non possiamo sapere esattamente quale emozione proverà ogni persona. Uno stesso brano può suscitare ricordi e sensazioni differenti.
Ciò che possiamo fare, però, è suonare con sincerità, consapevolezza e intenzione.
Chi ascolta percepisce quando dietro alle note esiste un pensiero musicale. Percepisce la cura, il respiro, la tensione, l’attesa e la partecipazione dell’interprete.
È in quel momento che la musica smette di essere una semplice successione di suoni e diventa un’esperienza condivisa.
Una domanda da non dimenticare
Durante lo studio è giusto domandarsi:
- Sto suonando le note corrette?
- Sto rispettando il ritmo?
- La diteggiatura è funzionale?
- Il movimento è preciso?
- Riesco a eseguire il passaggio alla velocità richiesta?
Ma accanto a queste domande dovremmo aggiungerne sempre un’altra:
Che cosa sto cercando di esprimere?
Questa domanda non sostituisce lo studio tecnico. Gli attribuisce un significato.
Ci ricorda perché trascorriamo tanto tempo sullo strumento, perché ripetiamo una frase, perché cerchiamo un suono migliore e perché desideriamo migliorare.
Non studiamo soltanto per diventare più veloci o più precisi.
Studiamo per avere maggiori possibilità di espressione.
Conclusione
La musica richiede disciplina, costanza, metodo e controllo tecnico.
Ma tutto questo deve condurre a qualcosa.
La tecnica costruisce il gesto, ma è l’intenzione a dargli una direzione. L’ascolto gli attribuisce consapevolezza. L’espressione lo trasforma in comunicazione.
Per questo, ai miei studenti e anche ai musicisti che hanno momentaneamente “smarrito la retta via”, vorrei lasciare un semplice promemoria:
Non studiamo la tecnica per mostrare quanto siamo bravi.
Studiamo la tecnica per riuscire a esprimere con maggiore libertà ciò che sentiamo.
Le note sono necessarie.
La precisione è importante.
Il controllo è indispensabile.
Ma la musica comincia davvero quando dietro a ogni suono esiste un’intenzione e quando quel suono riesce, in qualche modo, a raggiungere il cuore di chi ascolta.